Le prime grandi civiltà

La nascita della storia:

Il passaggio, dal neolitico alla successiva età, viene segnata dalla scoperta dei metalli, e dalla sostituzione degli utensili in pietra con quelli forgiati prima in bronzo e poi in ferro. Ma la transizione è segnata da due altri fenomeni notevoli: la nascita della scrittura, e la nascita dei primi grandi imperi. La prima scoperta permette, come abitualmente detto, di uscire dalla preistoria per entrare nella storia. Non solo la scrittura permette di differire la comunicazione umana nel tempo e nello spazio, ma diviene strumento fondamentale per l’accumulo del sapere. Per costituire quella grande memoria collettiva che sono i libri e le notizie scritte: strumenti principe per la trasmissione del sapere. Nello stesso periodo vediamo formarsi delle civiltà fortemente caratterizzate: l’impero egiziano, lungo le sponde del fiume Nilo, e l’impero sumero, nella valle tra il Tigri e l’Eufrate. Ad essi, si affiancheranno, nel corso dei secoli successivi, altre civiltà sorte nel bacino del Mediterraneo e nell’Asia Minore: i fenici, i cretesi, gli ittiti, ed altri. In pratica, dopo la nascita delle nazioni, nascono, in questo periodo, gli stati. Ossia, degli insiemi organizzati politicamente e giuridicamente, per poter regolare le attribuzioni di poteri, l’emanazione delle leggi, l’amministrazione della giustizia e delle funzioni di governo. In questa fase, con la nascita della scrittura, le parole, originate dalle immagini, prendono sempre più autonomia. Da questo momento, immagini e parole, seguiranno sempre due percorsi paralleli, costituendo i due grandi poli del pensiero umano. Come detto in precedenza, avremo da un lato il pensiero analogico (che si affida alle immagini), dall’altro, il pensiero logico (che si affida alle parole, ai numeri, alle formulazioni dialettiche e matematiche).

La civiltà Egizia:

La civiltà egiziana si sviluppò in un ampio periodo storico, dal IV millennio al VI secolo a.C. Verso il 2850 a.C. il territorio dell'Egitto, inizialmente diviso in due grandi Regni, venne unificato da re Menes, che stabilì la capitale a Tinis, nel Medio Egitto. A partire da questo momento, la storia della civiltà egiziana si suole dividere in quattro periodi:
Regno Antico (2850-2050 a.C.): la capitale, da Tinis, viene spostata a Menfi, nel Basso Egitto;
Regno Medio (2050-1580 a.C.): durante il quale la capitale è Tebe, nell'Alto Egitto; Regno Nuovo (1580-663 a.C.): detto anche secondo periodo tebano perché la capitale è ancora Tebe. Durante questo periodo, lungo circa nove secoli, la civiltà egiziana raggiunse il massimo del suo splendore ed entrò in contatto con i popoli dell'Oriente. Bassa epoca (663-525 a.C.): detta anche periodo saitico perché la capitale è Sais, sul delta del Nilo. Nel 525 a.C. il re persiano Cambise invase l'Egitto.
Nonostante la conquista straniera, la cultura egiziana continuò a manifestare, ancora per lungo tempo, i suoi modi espressivi tradizionali. La cultura egiziana ha lasciato testimonianze di un'arte assolutamente originale perché il territorio in cui si sviluppa, chiuso fra deserti e mare, impedì per lungo tempo i contatti con le altre civiltà. Tali testimonianze riguardano soprattutto grandiose costruzioni funerarie (tombe riunite in necropoli, piramidi) e monumentali templi, caratterizzati dall'uso di altissime colonne, con capitelli dalle forme assai varie, spesso ispirate ad elementi naturali, quali foglie e fiori. L'arte egiziana è l'espressione di uno Stato organizzato assai rigidamente. A capo di ogni cosa è il Faraone, sovrano e sommo sacerdote, dio in terra ed assunto fra gli dei dopo la morte. Accanto a lui, la casta sacerdotale è la più privilegiata e potente. L'arte egiziana, quasi sempre commissionata dall'autorità politica e religiosa, deve glorificare attraverso imponenti edifici la divinità e il faraone, incutere nel popolo rispetto sacro e venerazione per una classe politica forte e immutabile nel tempo. L'artista è un artigiano anonimo, spesso uno schiavo che non può esprimersi liberamente, ma obbedisce a precise disposizioni imposte dall'alto. Se il popolo può ammirare le grandi costruzioni, simbolo di potere sul territorio, pittura e scultura si trovano soprattutto in ambienti destinati alle classi che detengono questo potere. Le figure frontali e composte sono atteggiate rispettosamente nei confronti dell'osservatore che non può che essere un principe, un sacerdote, una divinità. Rigidezza e frontalità, quindi, dipendono da una volontà precisa e non da incapacità di rappresentazione; non mancano esempi molto significativi dell'abilità dell'artista di ritrarre con naturalismo scene di vita quotidiana, piante ed animali. Il tempio egiziano, casa del dio, e le piramidi, monumenti funerari, formavano complessi unitari. Gli Egiziani non consideravano la tomba solo un monumento per ricordare il defunto: era il luogo dove il corpo doveva conservarsi in eterno, assieme agli oggetti posseduti in vita, utilizzabili nell'esistenza ultraterrena. Le forme dei templi sono riconducibili a tre tipi: a ipetrale, periptero, a penetrale. Il primo, a cielo aperto, era riservato al culto del dio Sole; il secondo constava di una cella rettangolare aperta su entrambi i lati corti o su uno solo, attorniata da un porticato a colonne e a pilastri. Il più complesso era il terzo, con una sequenza di ambienti immutata dopo il II millennio: via d'accesso fiancheggiata da sfingi, porta monumentale con ai lati piloni e obelischi, cortile, atrio, vestibolo, cella. Al sacrario, al "luogo da non conoscere", al quale si giungeva con un percorso sempre più stretto, avevano accesso solo i sacerdoti e il faraone: si trattava di una saletta includente una cappella o tabernacolo di granito con la statua o i simboli del dio. Una cinta muraria racchiudeva il tempio e altri edifici (le abitazioni dei sacerdoti, i magazzini, ecc.). Sulle cause che portarono la piramide, cioè la tomba regale, ad assumere caratteri determinati e fissi, gli studiosi non sono concordi. Per alcuni può essersi trattato di una semplice evoluzione architettonica: dalla mastaba, un basso tronco di piramide sotto il quale un pozzo verticale, scavato nella terra, conduceva alla camera del sarcofago, alla piramide a gradoni e, infine, alla piramide vera e propria. Secondo altri la forma della piramide va fatta risalire a motivi religiosi, poiché richiama la pietra sacra simbolo di Ra, il dio Sole, padre del faraone, e potrebbe quindi essere un simbolo solare di ascensione (il termine egiziano mer, designante la piramide, significherebbe "luogo dell'ascensione"). Comunque, gli elementi fondamentali di tutti i complessi piramidali si trovano in quello di Giza. La località ospita le tre piramidi più famose, situabili intorno alla metà del III millennio. La più grande è quella di Cheope, seguono nell'ordine quelle di Chefren e di Micerino. Del complesso fanno parte piramidi minori per le regine, templi funerari, mastabe e la sfinge. La piramide di Cheope copre un'area di 52.400 kmq. Era alta 143.6 m. (la cima è andata distrutta). Nella costruzione si impiegarono fra 2,3 e 2,6 milioni di blocchi di granito rosso e di più pregiato calcare bianco. Alla camera funeraria interna, rivestita di granito rosso e coperta da nove lastre del peso di 44 t. ciascuna, si accede percorrendo una galleria lunga quasi 47 m. e alta 8,54: dati sufficienti per dare un'idea della grandiosità di queste opere. La scultura e la pittura egiziana vengono utilizzate dagli Egiziani soprattutto per abbellire templi e tombe, con scene religiose o della vita quotidiana. Le rappresentazioni seguono regole fisse e la figura umana viene ripetuta secondo schemi uguali, rigida nei movimenti, priva di rilievo, con il busto in posizione frontale e gli arti di profilo. Appare evidente l'intenzione di mostrare con chiarezza tutte le parti del corpo, evitando sovrapposizioni fra braccia e gambe. Le proporzioni fra le parti sono definite in modo rigoroso e gli arti sono disposti con uno stesso orientamento, senza differenze fra destra e sinistra. Il colore non definisce illusoriamente, con luci ed ombre, il volume dei corpi, ma è dato a zone piatte. La scultura egiziana è quadrata. Fra i tipi rappresentati, in pose statiche, prevalevano il personaggio seduto con gli avambracci piegati, le gambe parallele e verticali, e quello ritto con le braccia lungo i fianchi, con una gamba tesa davanti all'altra ed entrambi i piedi poggiati a terra con tutta la pianta. Anche nei bassorilievi non viene modellata la muscolatura; la figura si staglia come una sagoma piatta sul fondo scavato, o viene incisa sulla pietra - soprattutto nei bassorilievi in esterno - perché l'intensa luce del sole ne definisca meglio i contorni. Nelle sculture a tutto tondo il corpo viene ricavato definendolo dapprima separatamente sulle quattro facce del blocco; lo si lavora di profilo su due facce opposte, di fronte e di spalle sulle altre due. In fase di rifinitura si raccordano i piani delle quattro vedute. Ne deriva una figura solenne e composta nell'atteggiamento. Gli artisti si preoccupavano molto della somiglianza fisica della persona ritratta perché l'anima, che doveva trasferirsi nella statua, potesse riconoscere il corpo in cui aveva abitato nella vita terrena. Con la riforma religiosa del faraone Akhenaton (1379-1362 a.C.) e alla lotta che egli condusse contro il clero tebano, opponendo Aton, il sole, ad Amon, appare per la prima volta nelle rappresentazioni egiziane un maggior realismo. Successo ad Amenofi III come Amenofi IV, Akhenaton prese il nuovo nome che significa "colui che è utile a Aton". Il risvolto politico della riforma era la riaffermazione dell'autorità centrale del sovrano minacciata dallo strapotere assunto dalla classe sacerdotale. La dottrina monoteistica di Akhenaton non toccò le classi umili della popolazione, rimase un fatto elitario e morì con il suo fondatore, ma dette uno scossone al sistema di valori imperante, presentandosi come spregiudicata ricerca della verità. Le opere d'arte del periodo mostrano in effetti una tensione realistica inconsueta: anche nelle rappresentazioni del faraone l'accento è posto sulla sua umanità non sulla sua divinità. Pittura, urbanistica e architettura (Akhenaton fondò una nuova capitale, Akhetaten, oggi Tell el Amarna, onde la definizione di "amarniana" per l'arte del periodo) confermano gli orientamenti della scultura. Amenofi IV non lasciò eredi maschi. Il trono toccò a Tutankhamon, marito della terzogenita del faraone, Anknesenpaaton ("colei che vive in Aton"). Di non grande levatura, il giovanissimo sovrano cedette presto alle pressioni del clero tebano, avido di rivalsa, e si fece protagonista di una controriforma che cancellò ogni traccia dell'operato del suocero. Riportò la capitale a Tebe, restituì ai sacerdoti gli antichi privilegi, rilanciò il culto di Amon. La memoria di Tutankhamon rimase affidata non al ruolo secondario e passivo che sostenne nel processo di restaurazione, ma alla sua tomba, la più ricca e la meno saccheggiata fra quelle faraoniche venute alla luce. La scoperta si dovette a un archeologo inglese, Howard Carter, sostenuto da lord Carnarvon. Parecchi archeologi prima di Carter avevano setacciato palmo a palmo la Valle dei Re, una gola rocciosa non lontana da Luxor, inaugurata come sepolcreto da Tuthmos I, morto nel 1518 a.C., trovando una sessantina di tombe saccheggiate. Carter scavò per sei anni, sgomberando una quantità impressionante di detriti. Nel novembre 1922, quando stava per abbandonare le speranze e l'impresa, anche perché il finanziatore si era stancato di profondervi mezzi, ebbe finalmente successo. La tomba conteneva una quantità incredibile di oggetti: letti, catafalchi, sarcofagi, cocchi, cofani, un trono, statue divine, umane, animali, armi, arnesi, gioielli e via dicendo. Essi dovettero essere in parte sottoposti a trattamento conservativo sul posto, prima di poter essere trasportati. Grande era anche la varietà di stili: accanto a pezzi sobri e lineari, altri sfarzosi e sovraccarichi di decorazioni. Nonostante questa discontinuità stilistica, il corredo di Tutankhamon contribuisce a testimoniare che la restaurazione politica e religiosa non implicò un ritorno dell'arte ai modi del passato. L'esperienza amarniana non andò perduta, continuò anzi a dare frutti.  I reperti più famosi dello splendido corredo funerario del faraone Tutankhamon sono il trono e il sarcofago del re. Il trono in legno è rivestito d'oro; le gambe sono in basso zampe leonine e nella parte superiore recano due musi di leone. Cobra alati decorano i pannelli dei braccioli. Ma l'elemento che più attrae è lo schienale, la cui parte interna reca intagliata la raffigurazione del re e della regina in vesti da cerimonia sormontati da un sole rappresentato, secondo l'iconografia amarniana, con un disco da cui partono raggi che terminano con mani. Il re è seduto e la regina lo sta aspergendo con un unguento, che attinge da un vaso sorretto dalla mano sinistra. Il sarcofago del re, o meglio, il sarcofago più interno di una serie di quattro incastrati l'uno nell'altro. Lungo 1,85 m. e spesso 8 mm. era d'oro massiccio, avvolto da una resina profumata e da un sudario di lino, e raffigurava il faraone come Osiride, con nelle mani gli emblemi del dio, il pastorale e il flagello. La mummia regale si presentò agli archeologi, quando sollevarono il coperchio, con il volto e le spalle coperte da una magnifica maschera d'oro con intarsi di vetro blu. Sul sarcofago e addosso alla mummia, fra le bende che l'avviluppavano, una profusione di preziosi: oggetti d'uso personale, collari, collane, pendagli, braccialetti, anelli, amuleti. Un campionario esaustivo dell'oreficeria egiziana, che aveva raggiunto un altissimo livello.

Arte aulica e arte popolare:

Nell’antico Egitto, non tutta la produzione artistica era probabilmente diretta alla rappresentazione del potere. L’attività degli artisti era rivolta anche ad un mercato più ampio, quello dei dignitari e dei notabili, ed alla esportazione. Qui, pur nelle poche testimonianze ritrovate, è possibile notare una espressione più immediata e popolare. In pratica, già nell’antico Egitto, veniva diversamente considerata l’arte se aveva un fine aulico, o un fine popolare. Nel primo caso, le esigenze della ufficialità venivano espresse nella grandezza monumentale, nella fissità della tradizione, nelle rigide simmetrie. Nel secondo, l’arte acquistava maggior libertà ed un intento narrativo superiore. Gli oggetti e le rappresentazioni hanno un carattere più intimo, e raccontano i fatti, eroici o grotteschi, della vita. L’arte aulica ha, nei confronti della narrazione, un atteggiamento duplice. Può accettare ed utilizzare la narrazione, se crede nella storia (ed è quanto avviene nell’arte romana, ed in quella occidentale in genere); non utilizza la narrazione, se il potere non si legittima sulla storia: cioè sulla grandezza dei fatti del passato. Ed è quanto avviene, in genere, nelle mentalità politiche orientali. In questo caso, la storia viene vista, anzi, come qualcosa di negativo. La storia sono le modificazione nel tempo. Un potere come quello egiziano, si fondava invece sul concetto di immodificabilità nel tempo. La storia è un pensiero dinamico: si basa sull’evoluzione e sul cambiamento. Chi detiene il potere, per le esigenze della sua conservazione, tende a negare la storia come evoluzione e cambiamento. E così, anche l’arte, doveva affermare il principio che il tempo era immutabile. Il futuro, non era suscettibile di potenzialità diverse, perché l’arte del passato e del presente rappresentavano l’immagine di un potere senza modificazioni. Sempre uguale a se stesso.

Arte assira:

Molte immagini rappresentano scene di guerra e spesso mostrano nel dettaglio e con crudo realismo le torture subite dai popoli sottomessi al potere assiro. Si tratta di un'arte che ha come fine la celebrazione del potere dell'imperatore e scopo di propaganda. La raffigurazione del re era di tipo simbolico, priva di qualsiasi espressività ed emozioni, per avvicinare il più possibile la sua immagine a quella del dio. Molti di questi bassorilievi raffigurano anche il re che presiede a riti religiosi, insieme a diverse divinità. La scultura assira raggiunse un alto livello di raffinatezza durate il periodo del Nuovo Impero come dimostrano chiaramente i tori alati a volto umano (detti lamassu), o gli shedu che proteggevano gli ingressi alla corte del re. Questi avevano una funzione apotropaica, cioè di allontanare gli spiriti maligni. I lamassi erano solitamente scolpiti con cinque zampe in modo tale che quattro zampe erano sempre visibili mantenendo l'integrità della figura, anche se questa veniva vista frontalmente o di profilo. Opere di gioielleria assira sono state ritrovati in tombe reali a Nimrud. Per quanto riguarda l'architettura, sono stati portati alla luce i resti di grandiosi palazzi, il più fastoso dei quali è quello di Sargon II, nell'odierna Khorsabad. Questi palazzi erano composti da un gran numero di stanze divise secondo regole ben precise: gli ambienti ufficiali si ergevano attorno a un cortile d'accesso, mentre le stanze private erano erette attorno a cortili interni. Erano inoltre caratterizzati da immensi portali, a lato dei quali sorgevano le già citate gigantesche sculture di leoni o tori alati con testa d'uomo. La sala del re (che raggiungeva anche gli oltre 10 metri di larghezza) era sempre collegata con un vano-scala che permetteva la discesa del sovrano dagli appartamenti privati, posti al piano superiore.

Arte mesopotamica:

L'arte della Mesopotamia, che si sviluppa in un arco di circa 3000 anni, è caratterizzata da una particolare fissità e immutabilità, sia nelle rappresentazioni, sia nei tipi di costruzioni realizzati. Essa è esclusivamente al servizio del re e della religione, per cui non riflette i gusti e la vita della popolazione, ma soltanto i desideri del sovrano che nelle rappresentazioni vuole sottolineare ed affermare il proprio potere, immutabile nel tempo. L'artista non può certo avere alcun rilievo personale: nel codice di Hammurabi è citato insieme al fabbro e al calzolaio, è un semplice ed anonimo artigiano che esegue ciò che il re desidera sia fatto.  Le testimonianze lasciate dagli Assiri, dai Babilonesi e dai Persiani rivelano come alcuni tipi di costruzioni vengano edificati sempre in corrispondenza di determinate condizioni politiche. In ogni epoca, quando il potere è affidato ad un gruppo ristretto, appartenente alla stessa classe sociale, nascono sempre grandiosi palazzi reali, monumentali tombe, imponenti templi. E' sorprendente inoltre rilevare come certe forme espressive o certe costruzioni vengano realizzate, assai simili fra loro, in tempi diversi e in località molto lontane fra loro: i templi dei Maja e degli Aztechi ricalcano la forma della ziggurat dei popoli della Mesopotamia. Anche alcune rappresentazioni simboliche presenti, ad esempio, nei capitelli delle colonne del palazzo reale di Persepoli - il toro, l'aquila, il leone, l'uomo - si ritrovano nella simbologia cristiana per identificare i quattro Evangelisti. In Mesopotamia c'era poca pietra, con l'eccezione di qualche località dell'Assiria. Si costruiva con mattoni di argilla, seccati al sole, poco costosi perché fabbricati dagli schiavi. L'argilla stessa serviva da legante. Le fondamenta erano di sassi e ai muri veniva dato un intonaco di fango e calce. Non c'erano differenze sostanziali fra la pianta del tempio e quella del palazzo regio: uno o più cortili attorniati da stanze. Le mura erano di regola senza finestre, rotte magari da nicchie ornamentali e da torrette. La grande porta d'ingresso poteva essere fiancheggiata da leoni o tori alati, con testa umana. In genere gli edifici erano a un piano, sormontati da tetti a terrazza con finestrelle per l'illuminazione. La scarsità di pietra spiega anche l'assenza di colonne portanti, tranne nell'Assiria. Le pareti interne dei palazzi dei monarchi erano impreziosite da rivestimenti di alabastro, da bassorilievi e pitture celebrative. Alcune di queste costruzioni avevano dimensioni impressionanti, come la reggia di Mari, dell'inizio del II millennio, con 260 fra stanze e cortili. Non tutti i templi mesopotamici poggiavano direttamente sul terreno: la maggior parte poggiava su una piattaforma che assunse forme sempre più elaborate. Al termine di questo processo troviamo la ziggurat: una serie di terrazze degradanti, che si allargano via via verso il basso, collegate da scale dirette alla sommità, dove si trovava il tempio vero e proprio, il sacrario (era una ziggurat la biblica e mitica torre di Babele). E' probabile che il tutto rispecchiasse un'intenzione di avvicinare il tempio alla divinità, rendendoglielo più accessibile. Come l'architettura, anche la scultura ha un carattere eminentemente simbolico. La rappresentazione mesopotamica del dio è caratterizzata da piccole dimensioni e l'unico elemento a cui l'artista prestava attenzione era il viso: al resto della figura (in genere un tronco di cono da cui emergevano i piedi) e l'abbigliamento badava poco. Gli stilemi erano ripetitivi (le pose, le espressioni, le parrucche che scendevano ai due lati della faccia a congiungersi con la barba, gli occhi fatti di conchiglie e le pupille di lapislazzuli). Qualche scatto di vivacità, di evasione dalle convenzioni ovviamente si registra: ne è esempio una statuetta in bronzo e oro di Hammurabi in preghiera, del II millennio. Di maggiore interesse artistico sono i rilievi, che decoravano intere stanze dei palazzi reali, destinati anch'essi a illustrare e celebrare le gesta dei sovrani. Scene di guerra e di caccia, all'insegna di un realismo e di una cura del particolare che riscattano l'astrattezza, la staticità e la monotonia della statuaria a tutto tondo. Un certo impaccio si nota sempre nelle figure umane; non in quelle animali, rese con grande efficacia. Questi rilievi su pietra raggiunsero un livello artistico notevole nei palazzi assiri. I rilievi su mattoni smaltati nella Babilonia dell'ultima dinastia (II millennio a.C. circa) si segnalano più per raffinatezza ed eleganza che per forza rappresentativa.

Arte minoica:

Coeva allo sviluppo dell’arte egiziana, l’arte cretese (anche detta minoica, dal nome del mitico personaggio Minosse), nello stesso periodo, veniva affermando una diversa visione dell’arte. Qui, a Creta, si sviluppò una civiltà dai caratteri più liberi e fantasiosi, meno condizionata da poteri forti, e, forse, data la sua condizione insulare, meno angosciata da guerre e da saccheggi, e quindi meno oppressa dalla militarizzazione della propria società. La vita si svolgeva in grandi palazzi, che avevano la dimensione, e la differenziazione al proprio interno, di un intero villaggio. Qui, l’arte, aveva innanzitutto il compito dell’architettura: plasmare l’habitat di vita. E lo faceva senza forzature eccessive. La composizione dell’edificio avveniva adattandosi al luogo, con varietà planimetrica ed altimetrica, sconosciuta, ad esempio, all’architettura egizia o sumera. In questi palazzi, l’arte figurativa giocava un ruolo, fino ad allora, inedito: quello della decorazione. Le immagini, cioè, non venivano utilizzate per rappresentare concetti da comunicare, come nell’arte egiziana, ma venivano utilizzate per abbellire i luoghi di vita. E, quindi, il carattere richiesto ad un’arte così intesa, è, ovviamente, la bellezza. Il fine è quello del godimento estetico. Fu proprio in questo momento, che nacque il concetto che arte è sinonimo di bello. Concetto poi trasmesso all’arte greca, e di qui, giunto fino a noi, anche se più come preconcetto, visto che, oggi, non coincide, se non a livello popolare, con in nostro giudizio sull’arte. L’arte cretese, rispetto a quella egiziana, appare più libera e spontanea. Ha caratteri di freschezza rappresentativa, che riescono a cogliere la realtà con immediatezza e felice sintesi. È un arte, quindi, di tipo naturalistico, anche se non esente da qualche tecnica antinaturalistica. Le figure si affidano soprattutto al disegno della linea di contorno; i colori sono stesi senza effetti chiaroscurali, ma con campiture uniformi e vivaci, che finivano per esaltare il valore decorativo, rispetto a quello mimetico, di queste immagini. L’arte, sia come architettura che come pittura, nella cultura cretese, appare come un’unica attività tesa al bello. Nel suo caso, arte e artificio tendono a coincidere, in quanto tutta la produzione umana viene a soddisfare la identità domanda di qualità.

Arte cretese:

Posta al centro del Mediterraneo, punto di collegamento fra l'Europa, l'Egitto e l'Oriente, Creta diviene il centro di un'arte raffinata, che riflette una splendida vita di corte. Rispetto alle manifestazioni artistiche dell'Egitto e della Mesopotamia, l'arte cretese appare meno monumentale e solenne ed i soggetti rappresentati nei dipinti hanno un significato più profano che religioso. L'arte è legata alla decorazione o a scopi pratici: terrecotte e manufatti in metallo hanno valore soprattutto perché costituiscono una merce di scambio. L'artista è perciò considerato solo un abile artigiano e gode di scarsa importanza; il suo lavoro è ritenuto una semplice attività manuale. L'arte cretese é divisa in tre periodi: antico, dall'epoca dei primi insediamenti nel IV millennio fino al 2100, medio dal 2100 al 1580, recente dal 1580 al 1200. Il minoico medio è il più brillante: il rame è stato sostituito dal bronzo, l'economia è fiorente, proprietari, produttori, commercianti vivono nel benessere o nell'opulenza, in belle e confortevoli case, circondandosi di oggetti d'arte. Una società edonistica, che poco si preoccupa dell'aldilà, nella quale le donne godono di una libertà, di un prestigio e di un'autorevolezza inconsueti nel mondo antico. La religione non ci è perfettamente nota: sono oggetto di culto pietre sacre considerate dimore di spiriti, piante come simboli del ciclo vitale; nel toro e nella colomba si riconoscono i principi maschile e femminile. La scultura monumentale è praticamente assente da Creta. Abbondano invece gli oggetti artistici di dimensioni ridotte: statuette maschili e femminili alte dai venti ai trenta cm. in terracotta, bronzo, avorio; sigilli, monili, vasi di terracotta, coppe decorate a sbalzo, tazze e pugnali ageminati. Compare già nel minoico antico il rhyton, un contenitore di liquidi a testa di toro con occhi di cristallo di rocca e corna di legno dorato. Punto di forza dell'arte cretese era la ceramica, che raggiunse ottimi risultati già prima dell'introduzione del tornio. I vasi, dalle pareti sottili e lisce, inizialmente decorati con vivacissimi colori, in una fase successiva furono quasi sempre dipinti con un colore bruno su fondo chiaro. I simboli del giglio e della doppia scure o bipenne abbondavano. Nell'architettura cretese non stupisce che un tale intrico edilizio abbia fatto nascere la leggenda del labirinto (il termine labyrinthos, ossia palazzo, fu utilizzato dai Greci per designare un luogo in cui è difficile orientarsi), costruito dal mitico re Minosse per rinchiudervi un mostro, il Minotauro, uomo con testa di toro, frutto degli amori di sua moglie Pasifae con un tori inviato dal dio del mare Poseidone, che la leggenda vuole ucciso da Teseo con l'aiuto di Arianna.

Arte micenea:

La cultura cretese sopravvisse, con alterne vicende, dal 2500 a.C. fino al 1100 a.C. Nella sua ultima fase, si estese anche alla penisola peloponnesica, influenzando quella cultura di origine achea detta «micenea», dal nome della città, dove sono state scoperte le maggiori testimonianze archeologiche. La civiltà micenea, rispetto a quella minoica, è maggiormente influenzata dagli «eroi»: quei principi achei che, tra l’altro, hanno combattuto la guerra contro Troia. E il carattere di questa cultura, dalle connotazioni di maggior virilità, si ritrova, ad esempio, nell’architettura, impostata a caratteri di imponenza e solidità difensiva. Ma l’esaltazione dell’eroe guerriero, trovò la sua forma di rappresentazione preferita nei canti poetici. In quella lenta elaborazione delle forme di scrittura e recitazione, da parte di aedi e rapsodi, che portò, alcuni secoli dopo, ai poemi omerici. Inizia, in questa fase, l’uso della parola in forma artistica. L’espressione verbale, rispetto ad altre, rimane più legata ad una immediata percezione del contenuto. L’elaborazione dei carmi eroici, portò invece a perfezionare quelle tecniche di scrittura, in particolare la metrica, dando alla poesia il suo valore di forma estetica. In questo momento, in una cultura occidentale, le parole, anche nell’arte e non solo nella comunicazione, acquisirono maggior importanza rispetto alle immagini. La successiva cultura greca, erede delle civiltà minoico-micenea, sviluppando la filosofia ha di fatto ulteriormente accentuato la distanza tra immagini e parole, tramandandola a tutta la cultura occidentale.
La società achea era di tipo patriarcale, in cui aveva grande importanza la famiglia monogamica. La donna godeva di rispetto e prestigio, e di moderata libertà. La religione contemplava il Fato, arbitro di tutte le cose, superiore anche al dio solare Zeus. E' nell'architettura che emergono le principali caratteristiche della civiltà micenea, una civiltà guerriera, lontana dallo spensierato edonismo della cultura cretese. Le principali costruzioni architettoniche del periodo miceneo sono le mura e i tholos. A Creta i grandi palazzi, compresi quelli di Knosso e di Festo, erano aperti, privi di opere difensive. Segno che i signori cretesi si sentivano sicuri e non temevano aggressioni né dall'interno e né dall'esterno. La realtà micenea era sotto questo profilo molto diversa: gli achei erano per tradizione e temperamento guerrieri e aggressivi. I loro maggiori centri erano fortezze, costruite su alture. Le mura delle città achee non appartengono alla prima fase della loro storia, ma all'ultima, quando le minacce dall'esterno sono aumentate. A Tirinto vennero edificate mura imponenti perché, nonostante fosse situata su una collinetta, era posta solo a un paio di chilometri dal mare e quindi abbastanza attaccabile. Otto metri mediamente lo spessore, sette l'altezza di questa muraglia, che a buon diritto gli antichi, come quella di Micene, chiamarono ciclopica. I costruttori usarono pietre, in parte squadrate in parte lasciate irregolari, fino a una certa altezza, semplicemente sovrapponendole e affidandone la stabilità al peso. Sopra questo basamento veniva posti i mattoni seccati al sole. Non diversa la tecnica costruttiva delle mura di Micene, città di superficie quasi doppia di quella di Tirinto (30.000 mq) e in posizione più sicura. La muraglia poligonale aveva uno spessore variante fra i sei e gli otto metri, e due ingressi, di cui uno, la porta dei Leoni, presentava un bastione sporgente, con quattro massicci pietroni a formare soglia, stipiti e architrave. Sull'architrave una lastra con ai lati due leoni separati da una colonna. Dalla porta dei Leoni partiva una scalinata che raggiungeva il palazzo reale costruito su terrazze ricavate nella roccia. Nel palazzo non c'era il cortile centrale come in quello cretese, ma un ampio locale allungato, il megaron, coperto da un soffitto sorretto da colonne lignee con basi di pietra nel quale un'apertura lasciava uscire il fumo del focolare centrale. Si accedeva al megaron attraverso un ingresso, un porticato e un'anticamera. Ai lati di questi locali, stanze d'abitazione, servizi, uffici, archivi, magazzini ben decorati. Il gineceo era al piano superiore. Come materiali si usavano pietrisco, mattoni seccati al sole, legname, e come legante argilla. Gli impianti fognari e idraulici erano un po' meno sofisticati di quelli cretesi, ma efficienti. Molto disadorni in un primo tempo, questi palazzi si arricchirono via via di bei pavimenti, di eleganti pitture, di fini manufatti artistici e artigianali. Un'altra importante testimonianza dell'architettura micenea è il tholos, tomba dedicata alle sepolture regali; in essa appare uno dei primi esempi di cupola dell'antichità. Costruito tagliando una collina e disponendo grandi pietre in cerchi concentrici sovrapposti, fino a chiudere completamente la sommità dell'ambiente conico che ne deriva, il tholos viene successivamente ricoperto di terra, che ricostituisce la collina originaria. Un corridoio, lasciato libero fra due pareti di pietra, conduce all'accesso della tomba. All'interno in un piccolo ambiente scavato accanto al grande vano con la cupola. è collocato il sarcofago del re. Dall'analisi di queste opere appare evidente la grandissima abilità raggiunta dagli Achei nella lavorazione del metallo, che già nel loro tempo, li rese famosi forgiatori di armi.

Arte minoico-micenea:

L'arte della civiltà egea (2000-1400 a.C.) si divide in arte minoica ed arte micenea. L'età minoica-micenea inizia nel 1500 a.C. e si conclude nel 1199 a.C.. L'arte minoica nasce in corrispondenza della introduzione della metallurgia del bronzo. L'architettura più nota è quella del Palazzo di Cnosso, completo di un santuario e di un teatro. A Creta svolgevano un ruolo importante i ceramisti e i decoratori. L'arte micenea, influenzata da quella minoica, è quella corrispondente al periodo più avanzato dell'età del bronzo ed il suo elemento caratterizzante sono le fortificazioni, le porte e l'architettura funeraria.