L'artista Mauro Colombo: Docente
Se avete aperto questo documento vuol dire che è vostra intenzione preparare una
tesi in Storia dell’Arte Contemporanea. Il lavoro di tutoraggio delle tesi negli
anni passati ha consentito di raccogliere alcune soluzioni ai più comuni
problemi, oltre a delle indicazioni su come affrontare il lavoro. Questo testo è
scritto a beneficio, spero, degli studenti del nuovo ordinamento dei Corsi di
Storia dell’Arte Contemporanea. Gli argomenti qui trattati sono naturalmente
rivolti anche agli studenti del vecchio ordinamento, per i quali saranno poste
in evidenza alcune distinzioni, perlopiù in merito a tempi e contenuti del
lavoro.
1) norme di edizione; 2) bibliografia di riferimento.
Requisiti:
1. Esame di Storia dell’arte contemporanea sostenuto con il docente e con votazione minima di 26 o 28. 2. Buona conoscenza della lingua inglese o francese. In entrambi i casi per buona conoscenza s’intende la comprovata capacità di lettura e comprensione della letteratura storico-artistica in lingua.
Argomento: L’argomento va concordato personalmente con il docente. È preferibile che la proposta sia avanzata dallo stesso candidato, sulla base delle personali esperienze, conoscenze e interessi. Diversamente, sarà il docente a proporre un tema. In ogni caso l’argomento dovrà essere coerente con i previsti tre indirizzi di ricerca, che sono diversificati per i vari corsi:
1) il rapporto tra letteratura e arti visive nel Novecento italiano, in particolare nell’area veneta; le fonti e le riviste; 2) problemi del modernismo americano. 3) rapporto tra arti visive (pittura, scultura, installazioni) e nuovi media: arte digitale, web art, videoarte. 4) il sistema dell’arte contemporanea. Gallerie e musei. Le esposizioni periodiche. La promozione degli eventi artistici: pubblicità, agenzie stampa, tecniche di marketing specifico. L’editoria artistica. Il rapporto tra arte e pubblicità.
Tempi e modi: Una volta concordato l’argomento il candidato è tenuto a stendere entro un mese un progetto di ricerca di non più di cinque cartelle, dove verranno indicate:
1. l’ipotesi di ricerca. 2. la bibliografia esistente sull’argomento (almeno dieci titoli recenti). 3. gli obiettivi da conseguire con la propria ricerca. 4. i metodi che si intendono seguire per giungere a questi risultati.
Per le fasi successive di ricerca ed elaborazione della tesi sono previste delle scadenze che corrisponderanno ad altrettante verifiche con il docente. Il lavoro di tesi in Storia dell’Arte Contemporanea è suddiviso in tre moduli che corrispondono a un carica massimo di 4+8+8 settimane. Nella seguente tabella sono indicati le settimane di lavoro a partire dalla definizione del progetto.
Settimane Obiettivi:
1-4 Progetto di ricerca, bibliografia e metodi. 5-16 primo stato di avanzamento (introduzione e 50% della ricerca). 17-24 redazione finale e verifica sull’intero lavoro.
Questa tabella propone una scansione che corrisponde a circa sei mesi di lavoro. Eventuali variazioni a questa tabella sono previste, in ragione sia di rapidità e qualità della ricerca (che possono far abbreviare i tempi fino al 50%) sia dell’insorgere di problemi imprevisti (per possono far allungare i tempi del 50%). È comunque un obbligo dei candidati programmare il proprio lavoro in funzione dei tempi stabiliti dalla tabella, tendendo anche conto di altri fattori come eventuali soggiorni esteri Erasmus e Socrates, vacanze estive, ecc.
Avvertenza importante: Qualora trascorra un trimestre senza aver svolto le verifiche previste in tabella, e in assenza di giustificate motivazioni, la tesi verrà revocata dal docente. La sovrapposizione con i corsi ed eventuali ritardi a causa di esami non sarà ammessa come giustificazione. Si consiglia pertanto di valutare con accortezza e tempestività il momento ideale in cui intraprendere il lavoro di tesi.
Quanto si deve scrivere e come: Non esistono limiti minimi o massimi per la stesura di una tesi. Ragionevolmente, il requisito minimo per una tesi di laurea triennale è di cinquanta cartelle scritte, comprensive di introduzione, discussione, bibliografia ed eventuali altri apparati. Nel computo delle cartelle non rientra naturalmente l’apparato illustrativo, qualora previsto.
Che cosa è una cartella: La cartella è una misura standard di testo pari a duemila battute. Grosso modo corrisponde a un foglio A4 con margini 3,5 (sx), 3(alto), 3 (dx), 3 (ba sso), interlinea doppia e font Times 12 per il corpo, 10 per le citazioni e 9 per le note.
Come fare le note: Esistono delle regole ben precise. Le possibilità sono due: o le imparate semplicemente leggendo un saggio scientifico di storia dell’arte (non un manuale) e studiando le modalità di costruzione del testo e di citazione, oppure – ed è la soluzione più rapida ma meno efficace – affidandovi a una delle tante guide che potete trovare in rete. Mi sembra però il caso di ricordare che, se avete scritto un paper con me queste regole le dovreste già sapere.
Cosa dovete scrivere: E’ naturalmente un problema vostro. Io posso darvi dieci consigli da tenere a mente sempre.
1 Evitate assolutamente di trascrivere materiale altrui senza segnalarlo con lo stile della citazione. 2 Tutte le citazioni devono essere evidenziate con uno stile appropriato (tra virgolette) e nota a piè di pagina. 3 Tutte le bibliografiche devono essere state lette o consultate, e devono avere lo stesso formato di citazione. 4 Non fare affermazioni senza provarle o senza citare qualcuno che le ha provate, a meno che non sia palesemente ovvio. 5 Usate uno stile impersonale. Lo stile non deve essere discorsivo, roboante e nemmeno enfatico o “pubblicitario”. 6 Non usate mai due aggettivi consecutivi ed evitate sempre i superlativi. 7 Non sbilanciatevi in affermazioni categoriche se non si è certi; ad esempio evitare affermazioni del tipo “Questo problema finora non è stato trattato da nessuno”. 8 Selezionate le informazioni più interessanti o rilevanti (non perdetevi nei dettagli non importanti) ed esponetele in modo sintetico. 9 Scrivete in maniera chiara, semplice e comprensibile per prima cosa a voi stessi. 10 Vi diplomate in un corso di laurea specifico: siate precisi e usate i termini tecnici specifici del settore.
Qualche risorsa: Esistono testi e manuali che spiegano in maniera approfondita come si fa una tesi di laurea. Il più noto è il libro di Umberto Eco, Come si fa una tesi laurea. Molto utile per la redazione del testo R. Lesina, Il nuovo manuale di stile. Per preparare una buona presentazione si può consultare Gene ZELAZNY, Dillo con le slide. Guida alla comunicazione visiva. Ci sono poi alcuni siti web da consultare sul sito web di ateneo: http://www.uniud.it/dest/paperdz/RedazTes.htm, oppure presso il sito della Microsoft, se usate Office: http://www.microsoft.com/italy/office/previous/2000/content/expert/tesi.
Istruzioni generali per la stesura dei dattiloscritti:
Virgolette - Fra caporali « » (o virgolette basse) vanno: 1.0 tutte le citazioni non più lunghe di tre righe a stampa. 1.1 i nomi di riviste e quotidiani. 1.2 il discorso diretto. Le interruzioni del medesimo si registrano però fra trattini, se il discorso viene ripreso («Passiamo? disse il principe? E Dio sia con noi».) 1.3 citazioni di parole o frasi nei termini originali, anche di singoli versi. È però necessario che il carattere di citazione nel caso di singole parole o concetti risulti evidente dal contesto o che la citazione sia di per sé famosa (es. Heidegger intende con il «Sosein im Dasein»). Se una citazione appare prima in traduzione italiana e poi in lingua originale, i caporali accompagneranno solo l’italiano (es.: offrivano un «puro godimento», reiner Genuss). 1.4 i testi in nota che siano traduzione di citazioni in lingua straniera contenuti nel testo
Apici: Fra apici “ ” (o virgolette alte) vanno: 1. termini che si desidera evidenziare per i motivi più diversi. 2. proverbi e modi di dire. 3. espressioni o frasi pensate o dette fra sé e sé. 4. appellativi evidenziati come tali, se sono in italiano. Se sono in lingua straniera basta il corsivo (es. Nuccio chiamato “il tordo”, però: Ravel, detto le barisien). 5. la traduzione (se non appare fra parentesi) di termini stranieri, ad eccezione dei titoli, come da punto 1.1. La traduzione di termini stranieri, se messa fra parentesi, non vuole apici (es. ... gli anni in cui apparve a Berlino «L’Almanacco delle Muse», chiamato anche “L’Almanacco verde” per il colore della sua copertina. Per gli amici diventa “Il libro verde” o semplicemente “Il verde” , giocando con il secondo significato dell’aggettivo grün (verde), “giovane, immaturo, ingenuo”). 6. le citazioni riportate all’interno di citazioni. Nel caso vi sia una ulteriore citazione questa va tra apici semplici. 7. le parole alle quali ci si riferisce in quanto tali, se sono in italiano. 8. Se sono in lingua straniera basta il corsivo (es. l’aggettivo “possibile”, però: il verbo narrieren).
Interpunzione: 3.1 il punto semplice a conclusione di un periodo va sempre posto di seguito a qualsiasi altro segno d’interpunzione (apici o caporali di chiusura, trattini, parentesi, ecc.) anche se il periodo si è iniziato all’interno di detti segni d’interpunzione ed è di senso compiuto. 3.2 solo i punti esclamativo e interrogativo possono precedere la chiusura delle virgolette. Se il periodo è concluso, esse andranno sempre fatte seguire da un punto, vedi 5.1. 3.3 solo i punti esclamativo e interrogativo possono precedere la chiusura delle parentesi. Se il periodo è concluso, esse andranno sempre fatte seguire da un punto, vedi 5.1. 3.4 le note vanno concluse da un punto. 3.5 dopo abbreviazioni puntate (es. ecc., id., op.cit.) non segue altro punto. 3.6 titoli di capitoli e anche eventualmente i sommari a cappello del capitolo non vanno conclusi da un punto. 3.7 considerazioni, specificazioni e citazioni che, se espunte, lasciano inalterata la continuità del discorso, vanno fra parentesi tonde o trattini. 3.8 omissioni di una parola o segmento di testo all’interno di una citazione vanno segnalate con tre puntini fra parentesi quadre. Dopo la parentesi seguirà l’interpunzione normale. 3.9 gli interventi del curatore sul testo vanno compresi fra parentesi quadre che non vengono fatte seguire da un punto. Il punto segue soltanto se segnala la conclusione del periodo su cui si è operato l’intervento parentetico (es. «[...] per non dir altro» [Diari, 11.12.1911].)
Norme grammaticali e ortografiche: 4.1 le seguenti parole si scrivono con l’apostrofo: da’ (quando sta per “dai”) - fa’ (quando sta per “fai”) - to’ (quando sta per “tieni”) - va’ (quando sta per “vai”) - mo’ (quando sta per “modo”) - po’ (quando sta per “poco”) 4.2 “tal” e “qual” non vanno apostrofati (tal altro, qual è) 4.3 una parola apostrofata in fin di riga non va completata perché in composizione potrebbe risultare eccedente (es. quello anno, invece che correttamente: quell’anno), semmai può venir altrimenti suddivisa (es. quel l’anno). 4.4 nelle date si usa l’apostrofo in sostituzione del millennio o del secolo se si tratta del Novecento (es. è accaduto nel ‘55) 4.5 l’accento sulla finale delle parole italiane è sempre grave. Fa eccezione la “e” finale, su cui l’accento è sempre acuto (es. perché, sé, trentatré), tranne che per le seguenti parole: ahimè, caffè, canapè, cioè, è, piè, tè 4.6 nella locuzione “se stesso” “sé” perde l’accento 4.7 si usa l’accento sui seguenti monosillabi: dà (se terza persona singolare dell’indicativo presente di “dare”) lì, là (se avverbi) sì (se particella affirmativa) 4.8 “ex” e la parola che segue si scrivono staccati senza trattino (es. ex combattente) 4.9 “vice” si collega direttamente alla parola che segue senza trattino (es. vicedirettore) 4.10 l’accento sulle parole spagnole è sempre acuto 4.11 i nomi stranieri entrati nell’uso corrente italiano sono di regola indeclinabili e non assumono al plurale la desinenza originale (es. i computer, i film, gli chalet). Fanno eccezione quei termini entrati anche al plurale nell’uso comune italiano (es. i peones). 4.12 l’articolo italiano davanti a sostantivo in lingua straniera ricalcherà l’articolo che il sostantivo ha in lingua originale (es. le Trois valses, i Gedichte di Goethe). Di norma il sostantivo straniero singolare o plurale, citato con o senza aggettivo, va al nominativo (es. riconoscere nel grundguter Wille) 4.13 nei titoli di pubblicazioni formulati in inglese, l’iniziale di tutte le parole, anche di quelle incluse in un composto congiunto da trattino, va in maiuscolo. Fanno eccezione solo articoli, preposizioni e congiunzioni. 4.14 nei titoli di libri, racconti, poesie, ecc. formulati in francese, la prima parola e tutti i nomi propri vanno con l’iniziale maiuscola. Se però la prima parola del titolo è un articolo, andrà con l’iniziale maiuscola anche il primo sostantivo e ogni precedente aggettivo (es. Du coté de chez Swann, Le Grand Meaulnes, La Guerre de Troie n’aura pas lieu). Nei titoli di riviste e giornali francesi tutte le parole di rilievo vanno con l’iniziale maiuscola (es. «La Revue des Deux Mondes», «L’Ami du Peuple»)
Maiuscolo e minuscolo: 5.1 tendenzialmente, nei casi in cui l’iniziale maiuscola di una parola non sia strettamente necessaria, si opterà per la minuscola. Nei casi di ambiguità, indipendentemente dal contesto in genere chiarificatore, si scriverà con la maiuscola il termine più specifico (es. Borsa = mercato azionario, borsa = contenitore/accessorio d’abbigliamento) 5.2 i nomi di movimenti storici e culturali (letterari, artistici, ecc.) vanno con l’iniziale minuscola (es. il fascismo, il romanticismo, l’impressionismo) 5.3 i nomi di popolazioni si scrivono con l’iniziale minuscola (es. i francesi, gli inglesi) 5.4 le denominazioni proprie di uno stato e dei suoi enti, le denominazioni ufficiali di organi governativi, giuridici e amministrativi si scrivono con le iniziali maiuscole (es. la Repubblica Italiana, il Governo, il Ministero degli Esteri, la Regione Lombardia, il Comune di Pordenone); si usa invece l’iniziale minuscola quando non si tratta di denominazioni ufficiali (es. il governo Craxi, i comuni dell’Hinterland, il presidente Cossiga, il ministro degli Esteri, la regina Elisabetta, il nostro paese è l’Italia). 5.5 le denominazioni di partiti politici si scrivono con le iniziali maiuscole della prima parola (es. il Partito socialista italiano). 5.6 i titoli civili, onorifici, professionali, religiosi, nobiliari e militari si scrivono con l’iniziale minuscola 5.7 le denominazioni ufficiali di scuole, associazioni, organizzazioni, teatri, ecc. si scrivono con l’iniziale maiuscola (es. il Politecnico di Milano, il Piccolo Teatro, l’Organizzazione delle Nazioni Unite). Tali denominazioni, usate però in senso generico, richiedono la minuscola (es. concluse l’università a Bari) 5.8 le denominazioni di festività si scrivono con l’iniziale maiuscola (es. il Primo Maggio, l’Epifania) 5.9 l’aggettivo attestante santità, anche se davanti a nome proprio, va scritto minuscolo (es. san Pietro, santo Stefano). L’omonimo, significante però chiesa o località, andrà scritto con l’iniziale maiuscola (es. San Pietro in Vaticano). Quest’ultima grafia vale anche per i giorni indicati col nome di santi (es. la notte di San Silvestro) 5.10 i secoli, i decenni, gli anni, quando sono legati a eventi storici, si scrivono con l’iniziale maiuscola (es. l’Ottocento, gli anni Venti, il Sessantotto) 5.11 i punti cardinali e i sostantivi ad essi correlati si scrivono con l’iniziale maiuscola solo quando indicano una specifica regione geografica (es. l’Italia del Nord, il Mezzogiorno) 5.12 gli aggettivi come “settentrionale”, “orientale”, ecc. si scrivono con l’iniziale maiuscola solo quando fanno parte di una precisa denominazione geografica; diversamente vanno con l’iniziale minuscola 5.13 i termini come “lago”, “monte”, “mare”, ecc. si scrivono sempre con l’iniziale minuscola (es. il lago Trasimeno, il monte Rosa, il mar Rosso). Nelle denominazioni geografiche straniere invece si scrivono con l’iniziale maiuscola (es. la Sierra Morena) 5.14 i termini come “via”, “piazza”, ecc., anche “villa”, si scrivono con l’iniziale minuscola. Non così se sono in lingua straniera (es. Boulevard St. Germain, Brighton Road) 5.15 le note musicali si scrivono con l’iniziale minuscola 5.16 le indicazioni agogiche si scrivono con l’iniziale maiuscola (es. Allegro), i segni dinamici, i nomi di composizioni e di forme musicali con la minuscola (es. forte, suite, fuga) 5.17 dopo il punto esclamativo o interrogativo si usa la maiuscola, a meno che non si tratti di interiezione o espressione conclusa inserita nel discorso (es. io direi, trovi? di far così; Accidenti! smettila di lamentarti)
Abbreviazioni, simboli, sigle: 6.1 le abbreviazioni vogliono di norma solo la prima iniziale maiuscola; lo stesso vale per l’espressione per esteso (es. Iri, Istituto per la ricostruzione industriale) 6.2 le sigle si scrivono con la prima iniziale maiuscola, se si tratta di sigle generalmente note (es. Urss, Usa, Onu, Cee, Comecon, Fiat, Pci); altrimenti in maiuscoletto 6.3 le abbreviazioni divenute sigle non vanno puntate (es. Nb, Ndt, Nda, Spa) 6.4 le abbreviazioni di termini non divenuti sigle vanno sempre puntate (es. art. 4, sez. III, AA. VV.) 6.5 in testi generici le abbreviazioni indicanti unità di misura vanno scritte per esteso (es. lire, metri) 6.6 di preferenza, i nomi propri di persona vanno scritti per esteso, anche nella bibliografia 6.7 nelle note andranno preferibilmente scritti per esteso “edizione”, “traduzione”, ecc.
Numeri: 8.1 i numeri arabi (e cardinali) vanno di preferenza espressi in lettere (es. Ventisei personaggi moscoviti), a meno che il numero non abbia di per sé valore stilistico nel testo; o che il suo uso non segua una prassi storica o tecnica; o che non si tratti di grandi quantità numeriche, di numero civico o telefonico. 8.2 le date riporteranno il giorno e l’anno in numeri arabi (cardinali) e il mese in lettere con l’iniziale minuscola (es. 19 agosto 1989). Nel caso del primo giorno di un mese si userà, per l’ordinale, il numero arabo con la vocale “o” all’esponente (es. 1° maggio). 8.3 l’indicazione di durata, dati due termini temporali espressi in numeri, si segnala tramite trattino e non con la barra trasversale (es. la guerra del 1915-’18). 8.4 le espressioni relative a un decennio come “anni ‘50” vanno esplicitate per esteso (es. anni Cinquanta). 8.5 i numeri romani (e ordinali) in espressioni come “XX secolo”, “V congresso”, vanno di preferenza espressi in lettere (es. ventesimo secolo, quinto congresso). Questo non vale per i numeri che seguono nomi di re, papi, ecc. 8.6 nelle note bibliografiche si scrivono in numeri romani e maiuscoletto i numeri di tomo, di volume, ecc. 8.7 nelle note bibliografiche il numero relativo a un’edizione, traduzione, ecc. si scrive con numeri arabi e vocale appropriata all’esponente (es. 2a edizione). 8.8 si numerano con numeri romani le pagine di cronologia, bibliografia, indice delle fonti iconografiche
Capoverso: 9.1 una citazione va separata dal testo principale quando supera le due righe, a meno che non sia sintatticamente incorporata nel testo stesso; va staccata di una riga dal testo, composta a margine sinistro senza caporali e senza capoverso rientrato.
INFORMAZIONI SUPPLEMENTARI:
1. negli apparati di note e bibliografici non occorre scrivere per esteso indicazioni come “ed izione”, “traduzione”, ecc., ma, una volta optato o per le abbreviazioni o per le esplicitazioni, bisognerà attenersi in tutte le voci alla scelta fatta 2. abbreviazioni (se sono a conclusione di un periodo non vogliono altro punto): appendice/i app. - articolo/i art. - capitolo/i cap. - circa ca. - >citato/i cit. - confronta cfr. - et alii et al. - fascicolo/i fasc. - figura/e fig./figg. - foglio/fogli f./ff. - ibidem ibid. - idem Id. - illustrazione ill. - libro/i L./LL. - manoscritto/i ms. - Nota del curatore Ndc (senza punti) - Nota dell’autore Nda (senza punti) - Nota del redattore Ndr (senza punti) - Nota del traduttore Ndt (senza punti) - numero/i n./nn. - opera citata op. cit. - pagina/e p./pp. - paragrafo/i par. - seguente/i seg./segg. - senza data s.d. - senza luogo s.l. - tabella/e tab./tabb. - tavola/e tav./tavv. - tomo/i t. - traduzione italiana trad.it. - vedi v. - verso/i v./vv. - volume/i vol./voll. 3. negli apparati di note e bibliografici non occorre tradurre “edited by”, “hrsg. v.”, “Bd.l”, “4th ed.”, “Nr.4”, ecc. Occorre però mantenere coerenza all’interno della singola voce bibliografica e all’interno dell’intera bibliografia. Se quindi si riporta una indicazione in lingua straniera, occorrerà riportarle tutte in lingua straniera. Si fa eccezione solo per “in” e per l’indicazione delle pagine che, se esplicitata in aggiunta al numero, sarà sempre in italiano 4. da evitarsi sempre, all’interno delle voci bibliografiche: - la barra trasversale e il trattino, tranne nel caso di case editrici con più sedi o di opere edite nel corso di più anni o di riviste dall’annata non collimante con l’anno solare (esempi: ... , Leipzig-Wien, 1834-1912. ... , in «Wirkendes Wort», Jg.6, H.5, 1955-56.) - il punto e virgola - il punto, tranne nel caso di abbreviazioni, di titoli composti da più parti non collegate e nel caso di una voce bibliografica doppia, tripla, ecc. (esempi: NANCY J. BURICH, Alexander the Great. A Bibliography, The Kent State University Press, 1970. FRITZ SCHUCH, Die Schattenseite, Fischer, Frankfurt a.M. 1980. Id., Der Lebensfänger, Piper, München 1984.) - i due punti, tranne nel caso di un titolo pluripartito altrimenti non comprensibile o di un titolo le cui parti sono interdipendenti (esempi: J. RICHARD HAMILTON, Plutarch: Alexander. A Commentary, Oxford 1969. ROGER DOOLEY, From Scarface to Scarlett: American Films in the 1930s, Harcourt Brace Jovanovich, New York 1979.)
e le voci bibliografiche sono redatte in italiano, è lecito, ma non necessario, italianizzare anche il nome del luogo di edizione. Bisogna però essere coerenti nella scelta fatta, quindi non scrivere nella stessa bibliografia in una voce “Paris” e in un’altra “Francoforte”. Nelle citazioni di passi tratti dalla Bibbia, però, la virgola non separa il titolo del libro dal numero del capitolo (es. Proverbi 18, 24).